Campagna di sensibilizzazione #liberalavoce

Fai posto alla balbuzie contro il bullismo

Il bullo tenta sempre di colpire la fatica del vicino di banco, di quello della classe accanto. Il bullo, delle volte, ha bisogno di trovare la forza per agire facendo leva sul punto debole della sua vittima. Per questo, spesso, anche la balbuzie è tra le cause di bullismo, ma nessuno parla dei balbuzienti, eppure sono una realtà, nemmeno tanto piccola, parliamo di un milione di persone. Il bullismo si combatte ma occorre sensibilizzare per educare.  Si parla spesso di casi eclatanti, dai clamori di cronaca, ma la vita di un bambino o di un ragazzo balbuziente di fronte a chi lo prende in giro e lo etichetta come fosse un “diverso”, è spesso quotidianità. Per questo Pepita Onlus ha lanciato con Vivavoce Institute la campagna di sensibilizzazione #liberalavoce, realizzata in collaborazione con Dajko Comunicazione: https://youtu.be/jf5G5WPDk5o. La campagna di sensibilizzazione di Pepita Onlus e VivavoceL’idea nasce dal constatare come spesso le diversità, più o meno evidenti, scatenino nei bambini curiosità che, se non vengono spiegate dagli adulti, possono trasformarsi in occasioni di prevaricazione. A scuola e fuori casa, il minore con balbuzie è più fragile, vive in una condizione di “inferiorità”, ha una bassa autostima e prova frustrazione legata soprattutto alla percezione che ha di sé: sa di non essere un interlocutore efficace, di non essere in grado di esprimere tutto il suo potenziale, di faticare a tenere testa ai suoi coetanei. Per questo spesso tende a ritrarsi da un punto di vista socio-relazionale: il bambino/ragazzo che balbetta di solito si tira indietro, rinuncia, non è protagonista attivo della scena. Talvolta si auto-esclude, altre viene emarginato dagli altri. Come fatica palese, evidente, la balbuzie è spesso associata, oltre alla ripetizione di suoni, anche a spasmi facciali o movimenti involontari, che creano situazioni di disagio motivo di scherno. La balbuzie è un fattore così limitante che spesso chi balbetta arriva con il tempo a identificarsi con la balbuzie stessa. Questa idea tende a radicarsi e spesso emerge in modo prepotente in età adulta, ma è nell’infanzia che si innesta e cresce. Le ricerche confermano che le carenze nelle abilità sociali dei bambini balbuzienti, dovute a difficoltà nel comunicare, “attirano” più facilmente l’attenzione dei bulli: i bambini con disturbi specifici del linguaggio sono tre volte più a rischio di bullismo, rispetto ai pari (Hughes, 2004, Hartley 2015, Hymel, 2015).         Infine, è evidente lo squilibrio di potere tra la vittima e il bullo, amplificato dalle fragilità del balbuziente e dal fatto che una eventuale reazione/risposta non farebbe altro che incrementare la derisione. Gli studenti che balbettano sono più frequentemente bullizzati rispetto a quelli senza balbuzie (Blood 2016).

«Il bullo», ha commentato Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus e responsabile operativo del CO.NA.CY. (Coordinamento Nazionale del Cyberbullismo) «è un ragazzino di per sé arrabbiato che per non esporre la propria debolezza reagisce con aggressività per mettere una distanza con l’altro e dimostrasti subito più forte. Quando trova la vittima che meglio identifica lo stereotipo di fragilità, attacca. Il bullismo può manifestarsi fisicamente quando sfocia in un atto di violenza fisica oppure può nutrirsi di una violenza psicologica più sottile che isola, con il compiacimento dei compagni da cui riesce a farsi seguire, la sua vittima. In questo secondo caso si tratta di una forma di bullismo verbale che mina fortemente l’autostima della vittima con insulti e derisioni costanti e ripetute per metterlo in ridicolo».

 

Principali conseguenze a lungo termine di bullismo causato da balbuzie

  1. Ansia sociale
  2. Paura di valutazione negativa
  3. Minore soddisfazione della vita

Pensiamo allora a come possa sentirsi un bambino o un adolescente balbuziente, che impiega secondi interi, se non minuti, per pronunciare il proprio nome o presentarsi in classe il primo giorno di scuola o chiedere una bibita mentre è in compagnia degli amici in pizzeria. Già riconosce di essere inadeguato nell’affrontare serenamente alcuni compiti che gli insegnanti possono affidargli: un’interrogazione orale, un’esposizione di una ricerca di gruppo, la scelta dei compagni per una gara a squadre.

Gli studi più recenti, riferiti alla popolazione mondiale, segnalano una prevalenza della balbuzie su tutto l’arco della vita vicina all’1 % (Yairi e Ambrose 2013). L’età di esordio è tra i 2 e i 6 anni: 33 mesi è l’età in cui mediamente la balbuzie fa la sua comparsa (Buck, Lees, & Cook, 2002; Månsson, 2000; 2005; Yairi & Ambrose, 2005; Reilly, et al., 2009).

Nell’80% dei casi tende a risolversi naturalmente entro il 6° anno di età, mentre in un numero più limitato, intorno ai 6-7 anni, evolve in disturbo cronico. I dati epidemiologici riportano inoltre una variazione del rapporto tra maschi e femmine che balbettano in base all’età: 4 a 1 nella popolazione adulta contro i 2 a 1 dell’età prescolare. Secondo questi dati, possiamo stimare che in Italia la balbuzie interessi circa 1 milione di persone; 150.000 under 18 (Italo Farnetani, 2009).

Mentre approfondiamo il tema della balbuzie, entriamo nel mondo di tanti bambini e ragazzi che subiscono continue prevaricazioni e non hanno sempre gli strumenti per raccontarlo.
La campagna di Pepita Onlus e Vivavoce Institute vuole sensibilizzare il pubblico di genitori, insegnanti, educatori e ragazzi, sulla balbuzie come fatica. Chi ne soffre è nell’imbarazzo a doverne parlare e preferisce limitare le occasioni di confronto. Per questo occorre creare una cultura dell’accoglienza e dell’ascolto per fornire un sostegno e smettere di deridere senza comprendere. Così nasce il manifesto: fai posto alla balbuzie.

La comunità, la famiglia prima, la scuola poi, ha bisogno di essere educata all’ascolto attivo, all’attenzione paziente, che non giudica e porge la mano in un tempo adeguato. Abbiamo tutti da imparare da questo video. Non solo i bambini. Non solo i ragazzi. L’autostima va coltivata e nei minori dipende da noi adulti. Per una volta, rendiamo virale qualcosa che fa bene a tutti.

 

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