Una nuova procedura per la fibrillazione atriale

Messa a punto dal dott. Nasso di Anthea Hospital permette il ripristino del normale ritmo cardiaco a lungo termine nell’87% dei casi e diminuisce il rischio di recidiva

La fibrillazione atriale, alterazione del ritmo cardiaco, colpisce oltre 1 milione di anziani in Italia: soffrono di questa aritmia cardiaca l’8,3% della popolazione con tassi del 9,1% nella popolazione maschile e del 7,3% in quella femminile. Questo battito del cuore molto rapido ed irregolare è spesso responsabile di complicanze quali ictus ed insufficienza cardiaca.

Anthea Hospital di Bari, struttura di Alta Specialità di GVM Care & Research accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale, esegue oltre 220 procedure di ablazione della fibrillazione atriale ogni anno. Nonostante si tratti del gold standard nel trattamento della fibrillazione atriale, l’operazione non può considerarsi definitiva per la totalità dei pazienti.

Il dott. Giuseppe Nasso, responsabile del dipartimento di Cardiochirurgia ad Anthea Hospital ha ideato una nuova linea ablativa di trattamento: si tratta di una nuova procedura che rappresenta una svolta nel trattamento chirurgico di questa patologia, consentendo ai pazienti risultati più duraturi con una diminuzione delle recidive e di conseguenza la necessità di sottoporsi nuovamente ad un intervento.

La nuova pratica chirurgica è oggetto di un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Cardiac Surgery, realizzato in collaborazione con il prof. Giuseppe Speziale, responsabile delle Cardiochirurgie di GVM Care & Research.

“Abbiamo integrato la tecnica tradizionale di ablazione endocardica percutanea con quella epicardica chirurgica con approccio mininvasivo – commenta il dott. Nasso –. Con il nostro lavoro, volto ad aumentare la qualità della vita post intervento per chi soffre di fibrillazione atriale, abbiamo identificato una nuova linea di ablazione corrispondente al cosiddetto Fascio di Bachmann, una struttura del cuore che trasmette l’impulso elettrico permettendo la corretta contrazione del muscolo cardiaco, ma che nei soggetti affetti da fibrillazione atriale può essere anch’esso responsabile del mantenimento dell’aritmia”.

La nuova tecnica è indicata per:

– pazienti che soffrono di fibrillazione atriale da meno di un anno che non rispondono alle terapie con farmaci antiaritmici;

– pazienti sintomatici con fibrillazione da oltre un anno;

– pazienti che negli ultimi 6 mesi hanno affrontato una cardioversione farmacologica o elettrica, risultata però inefficace.

Diversi sono i vantaggi per il paziente che beneficia di tempi di recupero e un ritorno ad una normale attività quotidiana più rapidi grazie alla metodica mininvasiva.

Come avviene l’intervento

Il paziente viene sottoposto in un’unica giornata ad una serie di accertamenti pre-operatori. Dopodiché il team dell’Unità Operativa di Cardiochirurgia procede all’intervento di ablazione: la procedura è mininvasiva e l’approccio avviene attraverso una piccola incisione chirurgica di circa 3-4 cm a livello dell’emitorace destro e per mezzo di una sonda all’interno del pericardio. L’operazione viene eseguita in anestesia generale, a cuore battente e senza la necessità della circolazione extracorporea e ha una durata di circa 45-60 minuti.

“Dopo l’intervento il paziente è trasferito nel reparto di terapia sub-intensiva, sveglio, dove rimane alcune ore in osservazione prima di essere portato in reparto di degenza ordinaria. Le dimissioni avvengono di solito dopo quattro giorni” – spiega il dott. Nasso.

Il Team di Anthea Hospital guidato dal dott. Nasso ha già eseguito la procedura su 30 pazienti affetti da fibrillazione atriale di lunga data e non sono state osservate complicanze chirurgiche peri-procedurali. La tecnica ha ridotto in maniera significativa il rischio di recidiva della fibrillazione atriale. Lo studio ha dimostrato che, a distanza di un anno, l’87% dei pazienti sottoposti alla procedura non presenta fibrillazione atriale.

“L’obiettivo è di continuare a utilizzare tale metodica a beneficio di un numero sempre maggiore di pazienti e che la ricerca clinica non si fermi ma continui ad esplorare sempre nuove strade”, conclude il dott. Nasso.

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