Giancarlo Isaia, Presidente dell’Accademia di Medicina, intervistato da Livia Tonti di M.D. Digital

di    Piergiacomo Oderda

 

 

 

 

 

Giancarlo Isaia, Presidente dell’Accademia di Medicina, viene intervistato da
Livia Tonti di M.D. Digital, canale informativo per i medici, in occasione del
prossimo corso di aggiornamento per medici e biologi intitolato “La vitamina D:
l’ormone della salute”. Si svolgerà “on line” il 21, 22, 28 e 30 giugno dalle ore
17.30 alle ore 1930 (12 crediti ECM, www.symposium.it/eventi). Rientra «in un
ciclo di corsi che io e il mio gruppo di ricerca organizziamo da trent’anni sulle
malattie metaboliche dell’osso in generale». Quest’anno è focalizzato sulla
vitamina D, considerando il ruolo che può rivestire sulla pandemia di Covid 19,
così come ipotizzato da un documento siglato da 156 persone tra medici e
primari, «abbiamo ritenuto fosse ora di fare chiarezza».
Le vitamine sono sostanze che l’organismo non produce da sé e la loro carenza
determina gravi ripercussioni. La vitamina D, in realtà, è prodotta
dall’organismo, «basta esporsi alla luce solare per averne in quantità
sufficiente». Ha mantenuto il nome assunto quando non si sapeva che venisse
prodotta dalla luce solare. Il corso è articolato in quattro incontri, i massimi
esperti italiani sull’argomento discuteranno gli aspetti biologici, genetici,
fisiopatologici, epidemiologici, clinici della vitamina D. «Sapevamo da tempo
che la carenza di vitamina D è coinvolta in alcune malattie come l’osteoporosi,
la sarcopenia, carenza di potenzialità muscolare». E’ stata trovata anche
associata a malattie croniche degenerative, malattie cardiovascolari, diabete,
obesità, Alzheimer, broncopatie ostruttive, epatiti, malattie virali. Non è mai
stato dimostrato un rapporto di causa effetto ma l’associazione sussiste. Non si
sa se è la carenza di vitamina D a provocare alcuni tumori (mammella, colon,
prostata) o se siano le malattie a ridurne la quantità. L’associazione è
suggestiva, molti medici, oncologi, cardiologi, epatologi prescrivono la vitamina
D come supporto per la cura della patologia.
Sono importanti in questo momento gli aspetti immunologici. Sono vari i
recettori della vitamina D, li si riscontra in una serie di cellule tra cui le cellule
bianche del sangue (monociti e macrofagi), cellule T-helper, linfociti B e T. Non
è detto che se c’è un recettore per forza l’ormone assuma una funzione
biologica, potrebbe essere vestigiale ossia persa nel corso delle generazioni. La
vitamina D attenua gli effetti delle patologie infettive. La più famosa è la
tubercolosi. Osservazioni cliniche a fine Ottocento hanno indotto a prescrivere
ai malati un periodo di residenza nei sanatori per esporsi al sole e ottenere
qualche risultato (si era in epoca pre-antibiotica). Lo Stato unitario sancì
intorno al 1880 di istituire in ogni provincia un sanatorio e un manicomio,
definendo per la prima volta la malattia mentale e la tbc come malattie sociali.
Non si supponeva ancora l’esistenza della vitamina D, scoperta negli anni
Trenta del Novecento. La vitamina D produce effetti a livello dei microbatteri
della TBC stimolando determinate proteine che vanno ad inattivare il batterio.
La vitamina D stimola l’immunità sia innata, mediata da linfociti e macrofagi,
sia acquisita, mediata da linfociti B e T. Assume il significato più ampio di
“ormone della salute”. La sua carenza è diffusa in Italia, Francia, Spagna,

Grecia. Rispetto ad altri Paesi si riscontra una minore attitudine ad addizionare
i cibi con la vitamina D. Un tempo nella popolazione italiana prevalevano
contadini e pescatori; con la rivoluzione industriale, ci si è chiusi nelle aziende,
negli ospedali. La pandemia ha colpito in maniera particolare la popolazione
anziana, in particolare gruppi chiusi come le suore di clausura. «Abbiamo
inteso suggerire uno stimolo, una provocazione per incitare i ricercatori ad
approfondire» con un documento sul ruolo della vitamina D nella prevenzione e
nella cura del Covid 19. Frettolosamente, l’intuizione è stata bollata come “fake
news”. Il prof. Isaia si sente «costernato di fronte a questa posizione di
chiusura». Eppure questa suggestione è stata seguita da oltre
trecentocinquanta studi medici pubblicati nel 2020. Nel Regno Unito quasi tre
milioni di anziani residenti in RSA sono stati curati anche con la vitamina D.
L’organismo nazionale NICE (National Institute for Health and Care Excellence)
era contrario ma nel dibattito alla Camera dei Comuni è prevalsa l’opinione
della Royal Society of Medicine. Secondo alcuni componenti del Comitato
Tecnico Scientifico, la vitamina D è tossica e fa male al rene, «non certo il
colecalciferolo, la vitamina D che consigliamo». Un esame approfondito sugli
aspetti della vitamina D è quanto mai opportuno. «Auspichiamo che il corso sia
seguito da centinaia di medici in tutta Italia e che possa dar loro indicazioni
utili per la professione».

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